Produzioni 2017

IMPRONTE NELLA NEBBIA /

Quadri fragili dell’incertezza

A cura della Compagnia Alice Gira in Città
_MG_3929

video promo

Introduzione

Impronte nella nebbia è un progetto che la Compagnia Alice Gira in Città ha ideato per raccontare il mondo incerto, dominato dalle paure e da un continuo vagare nel mondo e nella quotidianità senza forma.
Il progetto appoggia le proprie fondamenta su un terreno antropologico, filosofico e teatrale contemporaneo, da Zygmunt Bauman a Umberto Galimberti, da Marc Augè a Gigi Gherzi. Dai testi di questi autori i concetti di società luiquida, con tutte le sue cono stazioni e specificità, il nichilismo contemporaneo, il corpo tra natura e cultura, luoghi e non luoghi, centro e periferia prendono vita nei corpi di due danzatrici, Samanta Sonsini ed Eleonora Vacca e nelle musiche di Antonino Stella (ancora in fase di elaborazione), ideate appositamente per il progetto. In più una serie di testi scritti per raccontare alcune suggestioni nate dal lavoro di improvvisazione sulle tematiche suddette. Tali testi troveranno nella messa in scena del progetto una collocazione non convenzionale, talvolta come tracce audio, talvolta urlati, ma sempre in una modalità che si inserisce nel contesto del progetto.

Impronte nella nebbia è suddiviso, appunto in quattro quadri, ciascuno dei quali vuole approfondire un concetto specifico.

L’incipit del progetto, una volta in scena, verterà proprio su alcune parole chiave e al seguente testo:
Nella nebbia

Io chi sono

 

Nella nebbia

Ho paura

 

Nella nebbia che mi circonda

Non riesco più a vedere

Con i miei occhi

 

Mi vedo con occhi

Di altri

Come dovrei essere

Cosa dovrei avere

Cosa cercano

 

Io, così imperfetta

Con tante cicatrici

Tracce

Segni

che raccontano chi sono

nella nebbia

mi perdo

e un unico pensiero

si fa strada

 

come dovrei essere

per essere io?

 

La paura

Di non essere

Mai

Abbastanza

 

di correre

una corsa

dove gli ostacoli

non finiranno mai

dove io continuerò

ad inciamparmi

a rialzarmi

e ricomincerò a correre

 

correre nel vento

attraverso la nebbia

che mi avvolge

mi permette di perdermi

di non pensare più

 

perché è questo che vorrei

 

poter spegnere i pensieri

dormire senza sognare

svegliarmi senza peso

 

e andare in quel bosco

con il vortice attorno

e lasciarsi andare.

 

 

C’è un legame molto stretto tra gesto e parola. Prima protagonista della scena la nebbia (macchina del fumo), poi le impronte, i piedi, il barcollare. Parti dei corpi che si lasceranno avvolgere in qusta nebbia, che a tratti usciranno per essere visibili. Un’esperienza, per il pubblico, sempre diversa, che cambia a seconda di dove la nebbia si sposta.

L’idea coreografica nasce da un lavoro in parallelo tra il testo e il gesto danzato, in una forte connessione con l’emozione che si sviluppa. Alcune parti sono fisse, altre lasciano spazio all’improvvisazione, proprio per non bloccare, non codificare ciò che, come l’emozione, è estemporaneo e spesso intraducibile e codificabile. Il lavoro sul gesto sarà supportato dalla pratica di Laban Tacnique, in particola modo nelle sue connotazioni legate alle connessioni e agli efforts. Immerso nella nebbia il corpo avrà una spazialità che fa riferimento talvolta al corpo stesso, unica certezza in mezzo alla nebbia,  come centro e motore del movimento e delle emozioni, altre volte il centro si perderà e il corpo non avrà più punti di riferimento, lo spazio di riferimento diventerà quello del palco o dello spazio scenico preposto, dove il corpo però non avrà punti di riferimento.

 

QUADRO 1 [All about kontact ]

Questo primo quadro si apre con un momento molto caotico, quotidiano, ma di quella quotidianità troppo veloce, frettolosa, che non lascia spazio a relazioni autentiche. Una realtà fuori controllo che si esprime attraverso il non trovare il senso, il fare le cose con automatismi, senza ESSERCI. Passarsi accanto senza accorgersi chi c’è… Mantenendo le distanze, togliendo a priori lo sguardo.

Nervosismo, angoscia, senso di soffocamento sono le sensazioni che solitamente assalgono chi rifugge il contatto fisico. Sentire che l’altro ha superato la distanza di sicurezza e magari ci sta abbracciando spontaneamente anche solo per dimostrare riconoscenza, spesso crea  disagio, imbarazzo, fastidio, malessere: è come sentirsi nudi, senza protezione. Una quotidianità da cui svestirsi per  restare nudi, inermi, senza pelle. Anche le danzatrici utilizzeranno una sorta di vestizione danzata per tornare al loro corpo naturale.

Da un primo momento di improvvisazione sulla velocità, lo spazio indiretto, il caos delle tante scie create dai corpi in movimento, si apre la fase del muro: quel muro che impedisce l’abbraccio, quel muro contro il quale ci si scontra cercando di arrivare al CONTATTO con l’altra persona. Un muro invisibile che non permette di avvicinarsi. Poi  una lunghissima fune simbolo delle tante connessioni tra le persone che si dispiega e si attorciglia fino a farci incontrare. E nell’incontro arriva anche il contatto, quello vero, il contatto come amore, amicizia, affetto. Contatto per non aver paura dell’altro. Contatto come sostegno reciproco, come fiducia.

Un contatto che unisce il movimento e la danza all’espressività propria, personale e unica delle persone.

Un’espressività autentica di cui nessuno si deve vergognare. Un’espressività che racconta chi siamo e che rapporto abbiamo con gli altri. Gli assoli delle due danzatrici che raccontano sé stesse all’altro.

Un volersi bene per amare in libertà. Un camore che passa da corpo come nostro canale privilegiato di comunicazione. Il più antico, il canale involontario che non tutti sanno leggere, comprendere e gestire. Quel corpo che dice sempre la verità anche quando si cerca in ogni modo di dire il contrario con le parole.

Il corpo che ha una memoria storica e porta su di sé segni anche invisibili. Il corpo ha anche dei segni visibili, è il testimone della nostra storia. Ognuno di noi potrebbe raccontare la propria vita osservando quel neo che ha nello stesso punto del fratello o della sorella, quel  dito rotto quando giocava in cortile con altri bimbi o quella cicatrice che testimonia la sua vivacità da bambino. Rifiutare di essere toccati significa anche rifiutare di  entrare in contatto con episodi del passato, perlopiù dolorosi, che sono rimasti ben impressi nella propria memoria. In questa prospettiva si possono inquadrare anche le malattie della pelle, come per esempio le dermatiti o l’acne giovanile. È come se la pelle si trasformasse in una corazza, in un confine invalicabile. In un certo qual senso si cerca di rendersi invulnerabili, invece al contrario bisogna riappropriarsi della propria vulnerabilità. Bisogna imparare a difendersi in modo diverso, sgravando il corpo da questo compito.

La nostra società è sempre più  “contattofobica”. Questo accade un po’ come reazione al sovraffollamento degli spazi che condividiamo giornalmente con altre persone e un po’ è dovuto alla frenesia del nostro vivere. In questo modo perdiamo il gusto di entrare in contatto con qualcuno, di avvicinarci e sentire la presenza di quella persona.

Un quadro che passa dall’essere quasi asettico, di plastica, disinfettato, con i guanti in lattice, ad un amore che  va oltre la razionalità.

Un finale del primo quadro di corpi avvinghiati, un abbraccio forte ed autentico.

 

QUADRO 2  [Tracce]
Collegandosi direttamente al primo quadro, l’inizio vede le danzatrici in una lunga camminata che lascia una scia lungo il percorso, A cui seguiranno degli assoli ricavati dall’elaborazione personale delle danzatrici stesse sella definizione di traccia.

Traccia. Sostantivo femminile. Segno lasciato da un corpo o su un corpo. Quei segni indelebili, dentro e fuori, visibili e invisibili che raccontano chi siamo noi.

Segno che manifesta il passaggio di qualcosa o qualcuno. Qualcuno che ci ha amato, qualcuno che abbiamo odiato. La nascita di un figlio o il tocco di qualcuno che ci ha accarezzato.

Testimonianza di un fatto accaduto, di un’esperienza. racconto di una vita, di azioni e percezioni.La nostra crisi e la nostra rinascita, tutto scritto sul corpo che in ogni azione manifesta la rabbia, il dolore ma anche la gioia immensa di sapere di avercela fatta.

Traccia. Un solco che delinea identità e dolore. Affermazione o vergogna. Quella traccia che vorremmo nascondere, quella di cui a volte non andiamo fieri ma che svela qualcosa che ha cambiato la nostra vita.

Un solco dentro che emerge all’esterno. Quello che tutte le volte cerchiamo di nascondere, quel movimento che viene dal profondo, piccolo, legato ai nostri istinti, alle nostre sensazioni estemporanee. Quel gesto che rivela il nostro disagio, la nostra paura, ma che il corpo, inarrestabile svela al mondo per renderci più veri.

Pelle. La mia pelle. Carta bianca o libro scritto.  Questa è una scelta che vorremmo poter fare noi, ma che non dipende da noi. Le tracce si imprimono sulla pelle indipendentemente dalla nostra volontà. Noi possiamo solo scegliere di imprimerne altre, di usare il nostro corpo volontariamente per rivelare di più, ma alcune cose si svelano da sole senza che noi possiamo farci nulla.

Parte fondamentale di questo quadro è il costume, lungo, che lascia scie muovendosi, così come i corpi solcano lo spazio. I movimenti tagliano l’aria e la componente che dà forza alla parte coreografica è il peso. Forte per imprimere una traccia indelebile con le parti del nostro corpo o sul nostro corpo. Un peso anche leggero che lascia tracce fumose, tracce invisibili in mezzo alla nebbia ma potenti per noi stessi.

Un quadro dedicato all’autenticità che, in fase di studio prevede un lavoro non solo sull’improvvisazione ma anche un lavoro sulla pratica del movimento autentico, tecnica propria della Danzaterapia.

I piedi e le mani, le nostre periferie, dialogheranno con il centro del corpo, saranno loro artefici dell’imprimere tracce.

 

 

[QUADRO 3 ] Atelophobia

Riguardo all’imperfezione c’è un termine, “atelophobia”, che è la paura di essere imperfetti, di non essere mai abbastanza rispetto a qualcosa o qualcuno. Che poi in realtà la perfezione – soprattutto in amore – appare fredda, uniforme, neutra e ciò che che cerchiamo è quasi sempre l’imperfezione.

Purtroppo spesso non ci si rende conto di quanto la società ci spinga verso la perfezione, ma inconsciamente questo genera ansia, soprattutto nelle nuove generazioni.

Nella nebbia appare un grande specchio deformante, che ci rende schiavi, che smonta parti di noi man man che ci avviciniamo. Entrano in scena i tanti piani comunicativi del corpo e le forme della vergogna. Un corpo che evolve il rapporto tra centro e periferia del quadro precedente. Ora il centro è il luogo del vuoto, del dolore, le periferie quelle che si aprono al mondo mostrando la nostra perfezione che non ci sarà mai. Una ricerca spasmodica di qualcosa che non esiste in natura, o almeno negli esseri viventi. La ricerca di tecniche per modificare il nostro corpo, partendo da radici antropologiche molto antiche e tribali. Modificarci per corrispondere all’idea di bellezza che consideriamo valida per noi e per la società che ci circonda. E ritornano le tracce, quelle desiderate, perforare il nostro corpo, dipingerlo, cercare a volte di autodistruggerci per la frustrazione e il dolore di non poter essere come vogliamo.

Una parte coreografica fortemente ispirata all’icosaedro di Rudolf Laban che mette in contrapposizione le forme geometriche con il corpo umano. Un icosaedro che diventa una gabbia per il corpo, incatenato al desiderio di essere perfetto. Un icosaedro che un po’ alla volta diventa oggetto di possibilità, dove il corpo può scoprire piani e direzioni. Un icosaedro che con la sua rigidità permetterà al corpo che lo abita di giocare per poi uscire dalle leggi matematiche e cogliere il calore delle nostre imperfezioni, l’ironia di giocare con i difetti che ci contraddistinguono e di vedere la luce che esce dalle crepe, liberando un mondo emotivo che permetterò al danzatore di uscire dalla gabbia, di cogliere gli istanti imperfetti della nostra vita.

Un corpo comunque fragile, come fragile è l’amore oggi, come dice Zygmunt Bauman, amore liquido, senza una sua forma, che ci lascia disorientati in mezzo al mondo e ai rapporti umani.
La liquidità come caratteristica di un movimento che non dà mai una forma definita al corpo, che continuamente evolve, a meno che non sia contenuto. E allora, forse si ritorna nella gabbia, per cercare qualche certezza, per non sprofondare, per ritrovare un po’ di amore per noi stessi (che collega direttamente al quadro successivo).

 

E’ il viaggio che ti porta

dentro ad un immaginario.

Un mondo leggero

e allo stesso tempo

selvaggio.

Un mondo

dove i suoni

pervadono

ogni cellula

e vivono facendole vivere.

E’ la voracità di ogni istante

dominare ogni nota

lasciarle scorrere dentro.

Il respiro affannoso

di qualcuno che corre nel bosco

e leggero ti solleva.

Ti porta fuori

Lontano

e tu non sai più dove sei,

il tempo si ferma in quell’istante,

lo sguardo indaga per cogliere quell’affanno,

quell’energia prepotente che ti guida.

Vorrei entrare in quel vortice

nel tuo vortice

coglierne le evoluzioni,

le spirali e la forza.

Sì, quella forza che scorre

nelle mani agili

in tutto in ogni nota

ogni espressione

il sedersi,

lo stare in piedi,

le dita che si muovono.

Come se non fossero più sui tasti

ma su di te.

La sensazione precisa di essere invisibile,

il desiderio di poter manifestare

tutto questo mondo

che è entrato dentro all’improvviso

che balla

si evolve

canta.

 

E lo sguardo resta lì,

osserva i movimenti

percepisce tutto,

vedere

ascoltare.

Lo so,

io non ci sono

resto a guardare da quell’albero,

quello laggiù nel bosco.

E forse va bene così

o forse no.

 

MA OGGI

RENDO

QUESTO ISTANTE

IMMORTALE.

 

 

Oggetti di scena fondamentali le scarpe indossate o non. La scarpa della ballerina classica,icona del corpo perfetto, la scarpa col tacco, simbolo di eleganza, il piede nudo, sul pavimento, sporco.

 

C’è una crepa in ogni cosa.
E’ da lì che entra la luce.
(Leonard Cohen)

 

 

[QUADRO 4 ] Take Care of Me

 

Altri oggetti arrivano a popolare la scena: l’acqua, il colore, il corpo seminudo.
Esposto, pronto a prendersi il rischio.

Le due danzatrici, prima contratte, con un flusso trattenuto, si lasciano man mano sciogliere dalla cura reciproca. Amare ed essere amati. Ciò che ci dà autostima e permette alla nostra identità di crescere senza paura del confronto. Perché il mio Io non riguarda solo me, riguarda anche l’Altro, e la nostra relazione.

UN amore simbolo di tutti gli amori possibili. L’amore di un amante e l’amore di un figlio. L’amore di una madre e l’amore per ciò che noi siamo, nel bene e nel male.
Prendersi cure di sé stessi e dell’altro. Nell’amore, nella famiglia e nella vita.
Una performance che usa il body painting per creare un primo contatto che si fa sempre più intenso ed avvolgente, un contatto che riporta alprimo quadro, dove i colori finiscono per mescolarsi, per non capire più dove inizia un corpo e finisce l’altro, ma ora, senza la paura di perdersi nella nebbia, perché quando si vuole ci si può anche allontanare senza perdersi, lavarsi e presentarci al mondo nella nostra stupenda nudità, senza paura e sapendo chi siamo.

Un piccolo quadro vivente che vuole lasciare lo spettatore con l’emozione ancora in tasca, da portare a casa.

Un momento performativo dove il corpo diventa opera d’arte comunque esso sia.

Un’emozione, un’empatia che vuole  raggiungere le persone e comunicare con loro.
Take care of you.
Take care of me.